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La distruzione

La crisi dell’impero romano e il conseguente sfacelo politico e militare portarono i popoli barbari a frequenti scorrerie nella penisola italica, facilitati da quelle arterie stradali che erano servite un tempo alle legioni romane per spostarsi velocemente in ogni punto dell’impero. Quella posizione strategica che aveva fatto di Truentum un nodo stradale e marittimo di prim’ordine si rivelò ora la causa di continue scorrerie devastatrici. Il Palma, uno dei più attenti studiosi della storia della provincia di Teramo, vissuto all’inizio del secolo scorso, cosi descrive questo triste periodo che pose fine alla turrita Truentum: “Facciasi ora un conto prudenziale, e troverassi che dal 410 (sacco di Roma da parte di Alarico) fino al 671 o circa, nell’intervallo più o meno di 161 anni, i nostri poveri paesi furono preda, dodici o tredici volte, di conquistatori e di riconquistatori, gli uni più degli altri disumani e distruttori. Chi conosce la maniera, onde facevansi in questi tristi tempi le guerre, lunghi dal maravigliarsi della scarsezza delle memorie, e dei patrj monumenti dei precedenti secoli fino a noi pervenuti, si meravigliò piuttosto di quel poco che tante sovversioni è campato. Truento per sua sventura piantata sulla coincidenza della Flaminia colla Salaria, dov’è più che mai soffrire il funesto peso degli avvenimenti. Ond’è che di esso cantò Francesco Panfilo: IN TENUM FUMUM ALTI REDIRE TRUENTI CULMINA LITTORIBUS CONDITA PULCRA MARIS. (Tornarono a Truento, ridotta a fumo e rovina, la bella città, costruita alta sul mare)”. Come se ciò non bastasse nel 569, dopo un lungo periodo di carestia, si abbattè sulle nostre contrade una pestilenza che apportò, come racconta Paolo Diacono nella sua HISTORIA LONGOBARDORUM: “solo dolore e lacrime. Su villaggi e borghi, un tempo pieni di uomini, nell’indomani, dopo che la peste era fuggita, regnava un profondo silenzio. I frementi, con il tempo di mietere ormai trascorso, aspettarono ancora intatti il mietitore. Le vigne, nell’inverno che già si avvicinava, mostravano sui tralci senza foglie i grappoli turgidi. Non si vedeva orma di gente che viaggiasse né si compivano assassini: eppure i morti erano tanti e occhio umano non avrebbe potuto contarli. Gli antri dei pastori diventavano sepolture umane, e la casa degli uomini rifugio di fiere”. Dal V secolo in poi infine il clima divenne sempre più freddo e umido, per cui l’interno della nostra regione subì inondazioni e frane, mentre le zone costiere furono ricoperte da paludi. Questo concorrere di fattori avversi alla presenza dell’Uomo sulla fascia costiera, spinse gli abitanti di Truentum, o meglio, quanti rimanevano di essi, a ritirarsi sulle sommità delle vicine colline, dove sorgono ora Colonnella, Controguerra, Acquaviva, Monteprandone e Monsampolo. La scelta di queste località alte sulla collina fu determinata dalla necessità di trovare luoghi meno malsani di quelli della pianura costiera e nello stesso tempo per sfruttare logisticamente la sommità delle colline di per sé più facilmente difendibili che non la pianura. Nei secoli che seguirono le scorrerie piratesche dei Saraceni lungo l’Adriatico tennero lontano dalla costa chiunque avesse voluto stabilirvisi. Giungiamo cosi al XVI secolo.













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